Skip to content
Episode 237

237: Il furto di Ferragosto al museo di Messina

5 September 2026

26 mins 44 secs

Your Hosts

About this Episode

Due tavole restano appoggiate a un muro sul lungomare, e a riconoscerle sono i fari di una macchina e Google Lens. In chiusura, una lettera del dicembre 1940 caduta da un libro comprato vent'anni fa, e la storia di un'espressione che una volta non voleva dire essere intelligenti, ma essere ricchi.

Trascrizione interattiva e Vocab Helper

Parole della settimana

  • la talpa — L'animale che vive sottoterra, ma anche — ed è questo il senso della puntata — la persona che lavora dentro un posto e in segreto aiuta chi lo deruba. Matteo lo spiega così: "qualcuno all'interno del museo che ha collaborato con chi ha preso le tavole. Si dice la talpa perché la talpa di solito è sottoterra, all'interno, si introduce, è già lì". E Raffaele completa: può scavare, quindi "può entrare e uscire indisturbato". A Messina la polizia pensa che uno dei custodi possa esserlo: lo pensa, non lo ha dimostrato.

    English: a mole — the animal, and the insider who secretly helps those robbing the place where they work

  • avere sale in zucca — Oggi vuol dire essere intelligenti, avere "materia grigia", il contrario di avere la testa vuota. Ma l'espressione è più vecchia dell'italiano e si fa risalire all'antica Roma, dove voleva dire una cosa diversa: essere ricchi. Il sale serviva a conservare il cibo quando i frigoriferi non esistevano, era prezioso, e spesso si veniva pagati proprio in sale — da lì viene la parola salario. E la zucca? Le zucche si svuotavano e si usavano come contenitori, spesso per il sale: averne una piena voleva dire avere un piccolo tesoro in casa. Solo dopo la zucca è diventata la testa, per via della forma — come negli spaventapasseri.

    English: to have salt in your gourd — to be smart; originally, in ancient Rome, to be rich

Note dell'episodio

Comincia con un proverbio sbagliato — "Tutto bene?" "Quel che finisce bene" — e Raffaele fa notare che non finisce proprio niente: settembre sta cominciando. Poi arriva la frase che tiene insieme la puntata: è stata un'estate calda anche per l'arte in Italia. Le buone notizie vengono spese subito. I tre quadri rubati mesi fa in un museo in provincia di Parma — un Cézanne, un Renoir e un Matisse — sono stati ritrovati in una casa della stessa regione, e cinque persone sono state arrestate. Succede quasi sempre così, spiega Raffaele, e la ragione è semplice: quando i giornali hanno fatto il nome di un quadro famoso, quel quadro non lo compra più nessuno, "a meno che il furto non sia commissionato da un collezionista senza scrupoli". Tutto bene quel che finisce bene, stavolta davvero. La seconda buona notizia è un acquisto: a inizio 2026 il Ministero della Cultura ha intercettato una tavoletta di Antonello da Messina — un Ecce Homo dipinto sui due lati, con un San Girolamo sul retro, "la dimensione di un quaderno" — mentre stava andando all'asta da Sotheby's a New York, e ha fermato tutto offrendo quindici milioni di dollari. Sarà esposta al museo dell'Aquila, che se non sbaglia è Capitale della Cultura per il 2026. E qui, dice Raffaele, finiscono le notizie positive.

Prima però c'è l'unica lezione della puntata, tenuta corta apposta: perché Antonello è importante. Perché è l'anello di congiunzione tra il Rinascimento italiano e quello fiammingo — le Fiandre, il Belgio di oggi, più o meno — dove si dipingeva a olio e non a tempera. Matteo chiede un nome da attaccare alla scuola, perché una scuola si ricorda meglio se ha una faccia, e Raffaele gli dà Rubens. Antonello quella tecnica la impara a Napoli dai pittori fiamminghi e poi la porta a Venezia, e per questo il Rinascimento veneziano non somiglia a nessun altro in Italia.

Poi la puntata gira. Nella notte di Ferragosto, mentre tutti sono in spiaggia con i falò e le chitarre, dal museo regionale di Messina, sul lungomare, sparisce il Polittico di San Gregorio: cinque tavole unite, più un'altra piccola tavoletta tirata fuori da una teca rotta. A scoprirlo è una famiglia che torna alla macchina verso le nove e mezza, accende i fari e vede due pezzi di legno appoggiati a un muretto. Scendono, guardano, provano con Google Lens, e telefonano al museo: scusate, abbiamo trovato due dipinti di Antonello da Messina, per caso sono i vostri? Dentro al museo cadono dal pero. Le domande che Raffaele si fa non riguardano il mercato dell'arte: perché lasciare indietro due tavole, e proprio due delle più grandi, dopo un furto studiato abbastanza bene da sapere in che ordine si smonta un polittico? E l'allarme? Pare che sia scattato e che i custodi lo abbiano interpretato come un falso allarme, spegnendolo quasi subito. I custodi sono tutti sospesi in attesa di essere trasferiti in musei meno importanti, e uno di loro non ha convinto la polizia, che ha dei dubbi e pensa possa essere la talpa. Il danno però non è soprattutto economico: erano le uniche opere di Antonello rimaste a Messina, il simbolo del museo e un po' di tutta la città.

L'ultima storia non ha nessun ladro dentro. Una professoressa aveva comprato vent'anni fa, in un mercatino in provincia di Livorno, un'Opera Omnia di Orazio — di quei libri, dice Raffaele, che si comprano per tenerli, non per leggerli dalla prima all'ultima pagina — e quest'estate, non si sa perché, l'ha sfogliata. È caduta fuori una lettera: "Sabato 28 dicembre 1940, ore 6 pomeridiane". La scrive Carla, che sta in collegio, all'amica Andreina, e le racconta le sue giornate: "Lo sai che vita che si fa stando in gabbia", con gabbia sottolineata. Non è in carcere, è in collegio — che allora voleva dire andare a vivere dentro la scuola, anche da ragazzini. La cosa che colpisce è che niente, in quella lettera, sembra lontano: fogli di quaderno a righe, una calligrafia chiarissima, "potremmo averla scritta io e te qualche giorno fa". Solo che sono passati ottantacinque anni e l'Italia stava per entrare nella Seconda Guerra Mondiale. Nella lettera ci sono altri nomi — Laura, Teresina, Pia — e dei luoghi: Milano e Seregno. La professoressa ha pubblicato tutto sui social chiedendo aiuto a chi possa avere un collegamento; Raffaele la vede complicata, perché Carla oggi avrebbe più di cent'anni. Da lì i due si perdono in un discorso bellissimo su chi è stata l'ultima generazione a scrivere lettere, e sulle cartoline che nessuno spedisce più: a Raffaele l'ha chiesto una turista, dove si imbuca una cartolina per l'estero, e non ha saputo rispondere. Si chiude con il sale, le zucche e il salario — e con la domanda migliore della puntata, che è di Matteo: ma questi modi di dire, poi, li usa davvero qualcuno? Quasi mai parlando, risponde Raffaele; spesso scrivendo. Ed è proprio per questo che vale la pena regalarli, come piccole chicche, a chi ha voglia di prenderli.

Trascrizione

Raffaele: [0:23] Buongiorno, Matteo.

Matteo: [0:25] Buongiorno, come va?

Raffaele: [0:27] Tutto bene.

Matteo: [0:28] Quel che finisce bene, no, non è vero, non c'entra niente.

Raffaele: [0:33] Tutto bene quel che finisce bene. No, in realtà inizia, inizia, è iniziato il mese di settembre, no?

...

Episode Comments